Le parole di Uta Frith hanno riaperto un dibattito che, in realtà, non si è mai chiuso del tutto. Da più di settant’anni, infatti, attorno all’autismo si gioca una partita cruciale: chi ha il diritto di definirlo? E soprattutto, cosa succede quando il numero delle diagnosi cresce?
Negli ultimi tempi, ogni volta che si registra un aumento, la reazione sembra essere sempre la stessa: non si mettono in discussione i sistemi – scuole, servizi, lavoro – ma le persone. Ci si chiede se “non siano troppe”, se lo spettro non si sia “allargato troppo”, se non si stia esagerando.
Un recente articolo pubblicato su VITA ribalta completamente questa prospettiva: il problema non è lo spettro autistico, ma il modo in cui lo abbiamo descritto per decenni. Per capirlo, bisogna fare un passo indietro.
Uta Frith è stata una delle figure più influenti nello studio dell’autismo. Le sue teorie, sviluppate tra gli anni ’80 e ’90 insieme ad altri ricercatori, hanno cambiato il modo in cui si parlava di autismo. Idee come quella che le persone autistiche faticassero a capire gli altri, o che si concentrassero troppo sui dettagli perdendo il quadro generale, sono diventate quasi senso comune.
Queste teorie hanno avuto un impatto enorme: hanno guidato diagnosi, interventi, percorsi educativi. Ma hanno avuto anche un effetto collaterale importante: hanno contribuito a costruire uno stereotipo. Per molto tempo, molte persone autistiche sono cresciute con l’idea di essere “senza empatia”, “chiuse nel proprio mondo”, “difettose”.
Il punto è che queste teorie raccontavano l’autismo… senza ascoltare le persone autistiche.
Negli ultimi vent’anni, però, la situazione è cambiata profondamente. Sempre più persone autistiche hanno iniziato a raccontare la propria esperienza, e la ricerca ha cominciato a tenerne conto. Sono emerse nuove chiavi di lettura.
Oggi, ad esempio, si parla di “doppia empatia”: il problema non è che una parte non capisce l’altra, ma che il fraintendimento è reciproco. Si è iniziato a riconoscere il “masking”, cioè lo sforzo continuo che molte persone fanno per adattarsi a un mondo che non è pensato per loro. E si è diffusa l’idea che l’autismo non sia solo un insieme di difficoltà, ma anche una diversa modalità di attenzione e di relazione con il mondo.
In altre parole, l’autismo non è più visto solo dall’esterno: le persone autistiche sono diventate parte attiva del discorso.
È proprio qui che le recenti dichiarazioni di Frith fanno discutere. Nell’intervista citata, sostiene che lo spettro si sarebbe allargato fino a perdere di senso, mette in dubbio concetti come il masking e parla della necessità di distinguere tra un autismo “vero” e uno “meno autentico”.
Dette così, possono sembrare opinioni come altre. Ma il contesto in cui arrivano conta moltissimo.
Oggi scuole e servizi sono sotto pressione, le liste d’attesa si allungano e le risorse scarseggiano. In questo scenario, dire che lo spettro è “troppo ampio” rischia di avere un effetto preciso: spostare il problema. Non sono i sistemi a non funzionare, ma le persone a essere “troppe”.
Eppure, guardando meglio, il quadro è diverso.
Le scuole non vanno in difficoltà perché ci sono più studenti autistici, ma perché sono costruite su un modello unico, che non tiene conto della varietà dei modi di apprendere. Le liste d’attesa non si allungano perché le diagnosi sono eccessive, ma perché i servizi non sono adeguati. E nel mondo del lavoro, l’esclusione non nasce tanto dalle persone, quanto da ambienti poco flessibili.
C’è poi un elemento storico che spesso si dimentica. L’autismo è sempre stato ridefinito nel tempo.
All’inizio riguardava un gruppo molto ristretto di bambini. Poi si è iniziato a riconoscere che poteva presentarsi anche senza disabilità intellettiva. Successivamente sono emerse forme diverse, fino ad arrivare all’idea di “spettro”. Negli ultimi anni, si è finalmente iniziato a riconoscere anche chi prima restava invisibile: donne, adulti, persone con caratteristiche meno stereotipate.
Ogni volta che lo sguardo si è ampliato, qualcuno ha detto che si stava esagerando. È già successo più volte. Sta succedendo di nuovo.
Per questo, forse, il punto non è che lo spettro si sia “diluito”. Piuttosto, è la nostra capacità di vedere e riconoscere la diversità che è aumentata.
Se c’è qualcosa che oggi sta davvero entrando in crisi, è il vecchio modo di interpretare l’autismo: quello che lo vede solo come un deficit, che stabilisce confini rigidi e che considera la “normalità” come un parametro naturale, invece che come una costruzione sociale.
Quel modello non basta più. Non perché sia completamente sbagliato, ma perché è troppo limitato per descrivere la complessità reale.
E allora la domanda cambia. Non è più: “chi è davvero autistico?”
La domanda diventa: “chi ha diritto di essere riconosciuto, ascoltato e supportato?”
Vista da questa prospettiva, la crescita delle diagnosi non è un problema in sé. Può essere anche un segnale positivo: significa che persone che prima restavano fuori ora vengono finalmente viste.
La sfida, oggi, non è restringere lo spettro, ma allargare lo sguardo. Ripensare le scuole, i servizi, i luoghi di lavoro. E, soprattutto, iniziare ad ascoltare davvero chi l’autismo lo vive, non solo chi lo studia.
Francesca Riontino
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca qui



